A don Vito

“A don Vito: ti ringrazio per tutte le volte che mi hai riconciliato col Padre, assolvendomi più nelle mie tormentate reticenze che nell’accusa delle mie colpe. Il tuo cuore, amico nell’ascoltarmi, fraterno nel parlarmi, sacerdotale nel perdonarmi, conservalo tutto per Gesù: anche quando sanguinasse del pianto di peccatore, cauterizzalo con la speranza di eternità.”

don Gino Spadaro, Testamento spirituale.

 

Don Vito Carpentiere inizierà tra qualche giorno il suo percorso di preparazione alla missione ugandese, sulle orme di padre Raffaele Dibari, sacerdote barlettano ucciso nel 2000 a Pajule dai guerriglieri dell’LRA.

Don Vito Carpentiere è anche, da molto tempo, un mio amico discreto, sincero, affettuoso, accogliente, premuroso. Ed è anche il mio confessore e la mia guida in Cristo.

Penso a lui ininterrottamente da questa notte, quando ho saputo della notizia che aveva comunicato alla sua parrocchia, San Nicola.

A lui, oltre alle mie preghiere, voglio dedicare le parole che mio zio Gino gli ha riservato nel suo testamento spirituale.

Vai Vito, oggi so con certezza che non è mai andato via, ma è sempre stato accando a noi, e a te in particolare, con lo stesso amore per la Chiesa che ha sempre, sempre conservato, in Cristo. E che tu hai, nella pienezza della carità.

Ti voglio bene.

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Spinelli e la Costituente che non c’è

Ho votato l’Altra Europa con Tsipras alle scorse elezioni europee. I motivi non interessano a nessuno, se non a me stesso, ma confesso di averlo fatto con qualche speranza e molti dubbi. Dei dubbi non voglio parlare, perché sono tutti riferibili a quella difficoltà che mi pervade quando devo cercare qualcosa che assomigli vagamente a una sinistra coerente, attenta ai temi del lavoro e dei diritti, capace di leggere con attenzione i fenomeni sociali contemporanei e di farsene interprete, senza temerli e, anzi, dialogandoci intelligentemente e apertamente. Ma non ne voglio parlare.

Per la prima volta, invece, ho visto nella possibilità di votare per l’Altra Europa una chiara possibilità di cambiamento. Perché c’era Tsipras, greco, di quella Grecia che è culla della civiltà mediterranea e, al contempo, luogo della macellazione sociale e culturale di un’Europa che detesto. E poi, perché in Italia, pur con le normali difficoltà e resistenze che sono proprie a un mondo purtroppo molto conservatore come quello della Sinistra partitica cosiddetta “radicale” nostrana, si era verificata la strana alchimia di un progetto inclusivo, non affrettato, al quale si stava dando circoscrizione e carattere, una linea intellettuale rigorosa e una partecipata apertura ai territori e al “movimentismo” (per favore, aboliamo questa parola da oggi in poi) più pulito. E poi, infine, perché c’era Barbara Spinelli, figlia di Altiero, autorevole voce di dissenso nella Repubblica scalfariana, europeista convinta ma critica, tra le principali artefici e fondatrici di quel progetto di alternativa europea che tutti noi poveri attivisti del territorio pensavamo prodromico a una Sinistra unita e forte, anche nella difficoltà di un 4% il cui eventuale raggiungimento (e si è riusciti) non poteva essere, e non può esserlo tutt’ora, considerato come una vittoria assoluta.

E invece, pur nella vittoria parziale di quel 4% raggiunto, Barbara Spinelli, nella migliore tradizione della nostra intellighenzia nazionale, ha deciso di autocompiacersi di un risultato che rivendica a sé, con scarsa capacità di analisi politica e con altrettanta voracità intellettuale, incapace di confrontarsi con nessun altro che non sia la propria penna e i propri pensieri o, al massimo, quelli di suoi sodali riconosciuti come interlocutori “all’altezza” di cotanta intelligenza. Dispiace. Me ne dispiace da suo lettore, da suo estimatore, da suo non (perché non ho espresso, pur potendo, una preferenza per lei, preferendo votare unicamente il mio candidato, il bravo Claudio Riccio) elettore, sebbene tentato.

Le cose scritte in questi giorni sono molte, e non ha senso ribadire concetti notissimi e lettissimi su Stampa, Blog e Social Network. Ma a me, da quando Barbara Spinelli aveva detto che si sarebbe dimessa se eletta, pur non condividendone la scelta, continuava a balenare per la testa un’unica idea, sintetizzabile più o meno così: 1. Spinelli viene eletta, dunque superiamo il 4%; 2. Spinelli si dimette, e fa subentrare, forse, un giovane, non importa se rifondarolo, sellino o movimentista; 3. Spinelli prende in mano il risultato elettorale e, insieme agli altri garanti, usa tutta la sua autorevolezza per porsi a capo della Costituente della Sinistra italiana, chiamando a raccolta partiti, associazioni, cittadini, in nome di quella Alterità che non può e non deve essere solo il gesto elettorale da esprimere nella solitudine monadica di una cabina elettorale. In nome di quella Alterità che è, prima di tutto, un concetto di confine, da coccolare, conoscere e superare.

Spinelli avrebbe dovuto leggere in modo molto diverso quell’equilibrio perfetto che si era venuto a creare, dopo il risultato elettorale, per una fortunatissima coincidenza, tra le tre anime del progetto. Tre. Il numero perfetto, la Santa Trinità, gli angoli di un triangolo e via discorrendo. Tre: Movimenti, Sel, Rifondazione; Nord, Centro, Sud.

Non ci vuole molto per capire che la sua “abdicazione” avrebbe potuto metterla nelle condizioni di reale garante dell’Unità della Sinistra italiana, chiedendo ai tre “soggetti” che hanno deciso di muovere verso un’Altra Europa, di cominciare a farlo muovendo verso un’Altra Italia e, dunque, un’Altra Sinistra da quella attuale. Una Sinistra unita, solida, che parta da un semplice dato: recedere ciascuno di noi dalle proprie convinzioni personali, dalla propria struttura intellettuale stanca e un po’ anziana, dalla propria nicchia di sopravvivenza, conservatrice e malsana. Spinelli avrebbe potuto immediatamente chiedere una Assemblea Costituente della Sinistra italiana, chiedendo ai partiti di aderirvi sciogliendo le proprie macchine novecentesche per confluire in un grande progetto radicale, riformatore, europeista, che si ponga finalmente in modo consapevole e autorevole, possibilmente maggioritario, alla sinistra del Partito Democratico. Un progetto da mettere in piedi entro l’anno, con calma, senza fretta, e da testare alle prossime elezioni, avendolo costruito per bene. E invece no.

Spinelli non solo ha trattato come numeri la varietà, l’Alterità di centinaia di migliaia di elettori, a iniziare dagli iscritti a Sel che ora avrebbero ragione di non fidarsi mai più di un progetto che chieda loro di fare un passo indietro. Ma, Spinelli, ancora una volta, nella migliore tradizione della Sinistra italiana, ha pensato di poter bastare a se stessa e di essere il tutto per la parte. Con la sua scelta sono andate in macerie le speranze di un milione di votanti, io per primo, che al prossimo giro sceglieranno diversamente, cominciando dall’evitare accuratamente di fidarsi di intellettuali quasi settantenni che, evidentemente, vanno osservati con maggiore distacco, espressione cadente di un paese ipocritamente avvinghiato su se stesso, del quale quella sinistra autoreferenziale e strutturata è solo l’espressione più cialtrona e bigotta.

A noi non restano che i territori e la fatica di insistere in progetti sinceri, giovani, impertinenti. In attesa che la gente li riconosca, finalmente, maggioritari e rappresentativi.

Ci vuole impegno.

Barbara Spinelli

Lo storico, un prigioniero. Una riflessione di Raffaele Licinio

Sempre in tema di riflessioni sul mestiere di storico, riprendo un pensiero di Raffaele Licinio, pubblicato sul suo profilo Facebook, e lo rilancio.

«Da decenni, come ogni persona che abbia creduto e creda nel proprio lavoro – nel mio si intrecciano (ho cercato che si intrecciassero) ricerca storica e insegnamento – rifletto su alcune caratteristiche tipiche dello storico.

In tanti, più e meglio di me, hanno analizzato il ruolo e l’attività dello storico: riflessioni che mi hanno sempre accompagnato.

C’è un punto su cui in questi ultimi anni mi sono soffermato con sempre maggiore convinzione: lo storico si illude di ricostruire la storia, un periodo storico, un personaggio, un fenomeno. In realtà, al massimo la reinventa. Come uno scrittore di romanzi, lo sceneggiatore di un film, un disegnatore… 
Con la differenza che spesso, parziale e settoriale, la sua reinvenzione (dal latino “inventio”) poggia su basi diverse da quelle dello scrittore, dello sceneggiatore, del disegnatore, del pittore, e via dicendo. Sono le basi del documento e della filologia (delle filologie). 
È un vantaggio?
Certo, ma è anche un’illusione. 
In ogni modo, è una gabbia di cui lo storico, anche senza volerlo, finisce per essere prigioniero
».

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In tema di passato e presente: le riflessioni di Marc Bloch

«[A guardar bene] il privilegio di auto-intelligibilità così riconosciuto al presente poggia su una serie di strani postulati.

Suppone anzitutto che le condizioni umane abbiano subito, nell’intervallo d’una o due generazioni, un cambiamento non solo molto rapido, ma anche totale: sí che nessuna istituzione un po’ antica, nessun modo d’agire tradizionale sarebbe sfuggito alle rivoluzioni del laboratorio o dell’officina. Ciò vuol dire scordarsi della forza d’inerzia tipica di tante creazioni sociali. L’uomo passa il suo tempo a montare meccanismi di cui poi resta prigioniero più o meno volontario.

Quale osservatore in viaggio per le nostre campagne del Nord non è rimasto colpito dallo strano disegno dei campi? Malgrado i ritocchi che le vicissitudini della proprietà hanno apportato nel corso degli anni allo schema primitivo, lo spettacolo di queste siepi che, smisuratamente sottili e allungate, frammentano il suono arabile in un numero incredibile di parcelle, ha ancor oggi di che confondere l’agronomo. Lo spreco di forze che una simile disposizione comporta, la servitù che impone ai conduttori, non si possono proprio contestare.

Come spiegare tutto ciò? Con il Codice civile e i suoi inevitabili effetti, hanno risposto dei pubblicisti troppo frettolosi. Perciò, aggiungevano, modificate le nostre leggi sull’eredità e avrete cancellato tutto.

Se avessero conosciuto meglio la storia, se soprattutto avessero meglio interrogato una mentalità contadina plasmata da secoli di empirismo, avrebbero giudicato meno facile il rimedio. In effetti, questa struttura risale a origini così remote che non un solo studioso, finora, è giunto a darne conto in modo soddisfacente; i dissodatori dell’età dei dolmen vi hanno la loro parte più dei legislatori del Primo Impero. Poiché, dunque, in tal modo, come quasi inevitabilmente accade, l’errore riguardante la causa si prolunga, l’ignoranza del passato, in mancanza di terapeutica, non si limita a nuocere alla comprensione del presente; essa compromette, nel presente, l’azione medesima».

Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico (ed. Einaudi, 1998, pp. 33-34).

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Ancora sulla processione eucaristica: un commento di Pasquale Cascella

Pubblico qui di seguito il commento del Sindaco di Barletta, Pasquale Cascella (e lo ringrazio), al mio post di ieri sulla processione eucaristico-penitenziale e alle parole di Sua Eminenza il Cardinale Francesco Monterisi, pronunciate dall’altare di piazza Plebiscito durante la pausa tradizionale nel percorso della processione, alle 15.00 di ieri.

«È con emozione che ho ascoltato il cardinale Francesco Monterisi richiamare lo “spirito civile, aperto e solidale” della città di Barletta nel momento più solenne, in piazza Plebiscito, della processione eucaristico-penitenziale del Venerdì Santo. Ho potuto meglio comprendere, in quel momento, perché Victor Rivera Magos abbia definito un “ossimoro” la partecipazione del sindaco laico della città a questo evento sacro. Come tale è espressione di fede religiosa ma nella storica continuità con il “voto” del 20 dicembre del 1504, e nel naturale adattamento ai tempi, mantiene anche un evidente carattere istituzionale. Bastava osservare lo stemma della Città posto sul baldacchino che ha accompagnato lungo l’intera processione, l’antica urna d’argento donata a suo tempo dal Comune in omaggio alle “Divine Misericordie”, ma anche sui paramenti dei diaconi che a piedi scalzi hanno portato lo scrigno per le strade cittadine. Era il segno di un reciproco vincolo di una “consegna” della memoria di cui l’intera città può esprimere la sua naturale aspirazione a liberarsi dai mali che nel tempo – allora la pestilenza, poi le guerre, oggi le fratture sociali – colpiscono la collettività. Non ci può essere nulla di più “sacro” ma anche di più “laico” della “consegna” delle chiavi di quell’urna in cui si ripongono le sensibilità profonde di ciascun cittadino e della comunità nel suo insieme. Ecco perché al doveroso rispetto della manifestazione pubblica della fede di tanti concittadini si può e si deve accompagnare la condivisione di un messaggio di impegno civile “ne’ presenti bisogni”, proprio come dettava la delibera di “noi Sindaci, Eletti e Deputati” di cinquecento anni fa».

Pasquale Cascella

Pasquale Cascella